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lunedì 7 marzo 2011

Ricorrono 150 anni dall'’unificazione dell'’Italia sotto un unico scettro ...



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Ricorrono 150 anni dall'’unificazione dell'’Italia sotto un unico scettro, quello dei Savoia.
Nacque allora una nazione, forzata dentro la “piemontesizzazione” del resto d’Italia, ma particolarmente con l'’annessione del Regno delle Due Sicilie, in assoluto i territori più ricchi e più floride del resto d'’Italia.
L'’oro del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli servì a promuovere l’econimia di quel  Nord della nuova nazione, che versava in condizioni penose; fu questo il contributo più importante che dette Garibaldi all’unificazione: la rapina “manu militari” di quell’oro, che ancora oggi costituisce i 4/5 delle riserve auree della Banca d’Italia.
Ma fu una nazione, non uno Stato, perché lo Statuto Albertino non poteva essere considerato una Costituzione-guida per un popolo. Così l’Italia divenne Stato quando maturò la coscienza democratica e si dette, dopo il disastro della 2° guerra mondiale, una delle Costituzioni più garantiste del mondo.
Divenne uno Stato ma non è ancora una Patria comune, in quanto manca l’idea di una “società comune”; per paradossale che possa sembrare, questa assenza la puntualizzò  Giovanni Gentile, il filosofo assorbito dal regime fascista, il quale regime non capì nulla di quanto il filosofo sosteneva.
L’esistenza di uno Stato si impone dall’esterno, determinato dall’esigenza dei ritmi organizzativi che devono essere comunitari e non selettivi o di casta.
La società è parto umano e contiene in sé quella socialità che si realizza e attualizza nella libertà individuale che si fonde nella libertà di tutti: la libertà o appartiene a tutti o non è (cosa ci facesse nel fascismo Giovanni Gentile non è dato ancora da capire !).
L' ’uomo (è sempre il pensiero di Gentile) è naturalmente socievole, perché il singolo ha bisogno degli altri, come gli altri necessitano del singolo; i problemi sorgono quando le prevaricazioni  succedono alla naturale solidarietà, con la formazione di “classi” che diventano antagoniste: oggi è superata anche la distinzione tra classi, essendo emersa la “casta” che si impone al di sopra degli altri cittadini anche di fronte a quelle leggi che la Costituzione vuole “uguale per tutti”.
L'’idea della “casta” è frutto dell’affermarsi del liberismo che divide il popolo in “governanti” e “governati”, chi comanda e chi è costretto ad ubbidire, chi decide e chi ne subisce le conseguenze, dividendo con un muro di gomma le due parti, generando una struttura contingente, economica e/o amministrativa, destinata a non diventare mai Patria comune, come momento culminate dell’itinerario che parte dalla nazione, diventa Stato e si fa e si sente come Patria comune, perché la Patria è tale solo se assume la dimensione temporale “eterna”, sostenuta da valori morali ed educativi in grado di strutturare l’'organizzazione stessa della società e indirizzarla al “bene comune”.



 a cura di ROSARIO  ROXAS




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