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giovedì 28 luglio 2016

Reato di Abbandono di Animali



Una  signora denunciata per Il reato di abbandono di animali.

I Carabinieri della Stazione di A. in provincia di Frosinone ( grazie alla collaborazione di un onesto cittadino). Hanno denunciato in stato di libertà una donna di quarant’anni.

L’uomo ha assistito alla scena di abbandono del povero cagnolino. Ha raccontato che la donna viaggiava bordo della propria autovettura, lungo la SSV Sora-Cassino (ex- SR 509 Forca d’Acero).  Giunta all’altezza di un area di servizio, accosta al ciglio della strada.  Apre lo sportello e lancia fuori dall’ abitacolo il povero cane, di razza meticcia di taglia media.

Chiusa repentinamente la portiera. La “signora” sfreccia via a tutto gas. Lasciandosi  alle spalle, la povera bestia. Per fortuna anche  se l’azione è stata fulminea. La scena non è passata inosservata. Infatti, un uomo che sostava nell’area di servizio ha visto quanto stava accadendo e messa in moto la sua auto ha cercato, invano, di fermala.

Non riuscendoci ha segnalato, chiamando il 112, quanto accaduto alle forze dell’ordine. I Carabinieri, giunti poco dopo sul posto. Hanno svolto gli accertamenti del caso. Hanno visionato le riprese delle telecamere di sicurezza dell’area di servizio, e così sono riusciti a risalire alla donna. Denunciandola alla competente autorità giudiziaria.

l cagnolino abbandonato, per fortuna, è stato ritrovato poco dopo. È stato affidato alle cure mediche veterinarie e dopo l’applicazione del microchip è stato portato in una struttura convenzionata con la competente A.S.L., dove, si spera, potrà trovare una famiglia più amorevole.

Ci auguriamo che cose come questa non accadano più e che questa storia serva a sensibilizzare , tutti coloro che pensano di abbandonare il proprio cane questa estate.

Speriamo,  che le pene per chi si rende autore di questi infami gesti. Diventino sempre più severe, come negli Stati Uniti.


Condividete e fate arrivare questo messaggio a tutti.


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domenica 24 luglio 2016

Gold Marilyn Monroe (opera di Andy Warhol)


Capelli sofisticati, trucco perfetto, labbra contratte in un sorriso eterno, sfondo oro. È questa l’opera “Gold Marilyn Monroe“, che ritrae la diva secondo l’interpretazione che ne dà Andy Warhol. Si tratta di un acrilico, inchiostro serigrafico, vernice d’oro e spray su tela, di centimetri 211,5 x 144,8, realizzata nel 1962, e conservata a New York 
presso The Museum of Modern Art.
Gold Marilyn Monroe: il significato di quest’opera

La cosa che più colpisce di queste opere – una serie di lavori sono stati dedicati all’artista – è il fatto che Andy Warhol abbia sempre utilizzato, per ritrarla, una sola immagine. Nel suo archivio, infatti, c’erano centinaia immagini della diva, alcune delle quali più sensuali e accattivanti di quella scattata da Gene Cornman per la promozione del film “Niagara”.

Warhol avrebbe dunque potuto montare un ritratto polifonico come quello realizzato per la collezionista Ethel Scull, tuttavia non l’ha fatto. Vediamo perché. Il primo motivo è che Marilyn è morta e a lei non si addice più la varietà della vita, ma il volto immobile e truccato di un cadavere. Quindi un’immagine che si presenta ad un’unica interpretazione che ripeta all’infinito quanto di eterno c’era nel personaggio pubblico.

Il secondo motivo è dato dal fatto che Warhol prediligeva l’impostazione frontale e il campo ristretto delle foto-tessere. Da qui la scelta dell’immagine di Cornman. Terzo, perché la foto scelta non propone un volto, ma una maschera: capelli sofisticati, trucco perfetto abbinato al vestito, rossetto che racchiude il sorriso eterno, tutto su uno sfondo color oro.


Ci troviamo di fronte ad un’immagine di morte, di cui Warhol riesce a cogliere il fascino ambiguo. Negli anni Sessanta in America si è sviluppato un periodo di cambiamento sociale e politico, in cui l’arte non è stata coinvolta. Tuttavia all’inizio del decennio si sviluppò un nuovo movimento sulla cultura popolare e le icone nazionali, chiamato “Pop art“. Si tratta di un connubio fra pittura e fotografie, dove gli artisti si esprimono dipingendo tele serigrafate con l’immagine usando colori astratti brillanti.

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ANDY WARHOL



Ci sono artisti, ormai, a New York che hanno intorno agenti di pubblicità, agenti di pubbliche relazioni, segretari: si muovono veramente come piccole industrie per produrre arte. Il prototipo, in fondo, è stato Andy Warhol (Andrew Warhola Jr.: nato a Pittsburgh il 6 agosto 1928 – morto a New York il 22 febbraio 1987). Warhol ha proprio cominciato per primo a vendere non soltanto la propria arte, ma a vendere – in un certo senso – la propria vita. Che cosa ha distinto Warhol rispetto a quelli che lo hanno imitato, che sono stati tanti? Io direi un certo senso tragico, nonostante tutto, della vita. Questo senso tragico viene fuori in modo evidentissimo nei diari che Warhol ha tenuto.

I diari di Andy Warhol sono diari abbastanza impressionanti – sono stati anche tradotti e pubblicato in italiano – perché sono una descrizione senza nessun intervento di critica, di sensibilità, di sentimento verso quello che succede. Sono una specie di elenco freddissimo di tutto quello che gli succede. E tutto quello che gli succede, poi, in realtà non sgarra da certi binari, da certe regole.

La vita alla Factory – alla fabbrica – dove lui aveva tutti gli aiutanti, dove gente andava a trovarlo, dove lui produceva facendosi aiutare… Ci sono tutti i locali notturni dove lui si faceva vedere, dove amministrava il proprio personaggio. Ma c’è soprattutto, verso la fine di questi diari, il racconto di come cominciano a morire i suoi amici: lui dice “è morto di cancro dei gay…”… Dove il cancro dei gay era l’AIDS quando ancora non si conosceva esattamente.

I diari di Warhol finiscono in modo molto funereo.

Andy Warhol stesso morirà relativamente giovane per un’operazione sbagliata, pare. Ma il “tragico” non è soltanto perché muore presto, ma sta proprio nel modo in cui, in fondo, Warhol – denunciando questa incapacità di sentimento e di giudizio – riduce la sua figura d’artista a una specie di maschera, a una specie di occhio quasi fotografico che registra ciò che succede senza poter intervenire e limitandosi a mostrare ciò che è.”

Artista statunitense
DATA DI NASCITA
Lunedì 6 agosto 1928
LUOGO DI NASCITA
Pittsburgh, Stati Uniti
SEGNO ZODIACALE
Leone
DATA DI MORTE
Domenica 22 febbraio 1987
LUOGO DI MORTE
New York, Stati Uniti
CAUSA
Morte post intervento alla cistifellea




Biografia • Le banalità di un mito
Andy Warhol, considerato a pieno titolo uno dei più grandi geni artistici del suo secolo, nasce a Pittsburgh (Pennsylvania) il 6 agosto 1928: figlio di immigrati slovacchi di etnia Rutena il suo nome vero è Andrew Warhola. Tra il 1945 e il 1949 studia al Carnegie Institute of Technology della sua città. Si trasferisce poi a New York dove lavora come grafico pubblicitario presso alcune riviste: "Vogue", "Harper's Bazar", "Glamour". Fa anche il vetrinista e realizza le sue prime pubblicità per il calzaturificio I. Miller.

Le prime mostre
Nel 1952 tiene la prima personale alla Hugo Gallery di New York. Disegna anche scenografie. Nel 1956 espone alcuni disegni alla Bodley Gallery e presenta le sue Golden Shoes in Madison Avenue. Compie poi alcuni viaggi in Europa e Asia.

Gli anni '60
Intorno al 1960 Warhol comincia a realizzare i primi dipinti che si rifanno a fumetti e immagini pubblicitarie. Nei suoi lavori compaiono Dick Tracy, Popeye, Superman e le prime bottiglie di Coca Cola.

Inizia a utilizzare la tecnica di stampa impiegata nella serigrafia nel 1962, rivolgendo l'attenzione alla riproduzione di immagini comuni, degne del titolo di "icone simbolo" del suo tempo, comprese le lattine di zuppa. Tratta anche temi carichi di tensione, come i Car Crash (Incidenti automobilistici) e Electric Chair (sedia elettrica). Dal suo stile "neutro" e banale prende il via la cosiddetta Pop-art.

Come scrive Francesco Morante: "La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l'opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.

In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l'universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la "società dell'immagine" odierna. Ogni altra considerazione è solo conseguenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni".

Negli anni successivi decide di abbracciare un progetto più vasto, proponendosi come imprenditore dell'avanguardia creativa di massa. Per questo fonda la "Factory", che può essere considerata una sorta di officina di lavoro collettivo. 
Iniziano i rapporti di lavoro con Leo Castelli.



Nel 1963 inizia a dedicarsi al cinema e produce due lungometraggi: "Sleep" ed "Empire" (1964). Nel 1964 espone alla Galerie Sonnabend di Parigi e da Leo Castelli a New York. Per il Padiglione Americano alla Fiera mondiale di New York realizza i Thirteen Most Wanted Men. L'anno successivo espone all'Institute of Contemporary Art di Philadelphia.

Le collaborazioni artistiche
Fallito il tentativo di fondare un gruppo musicale con La Monte Young e Walter de Maria (due dei più celebri compositori d'avanguardia del periodo), nel 1967 si lega al gruppo rock dei Velvet Underground (di Lou Reed), di cui finanzia il primo disco. Anche la nota copertina del disco, una semplice banana gialla su sfondo bianco, è sua.

L'attentato
Nel 1968 rischia la morte, all'interno della Factory, per l'attentato di una squilibrata, tale Valerie Solanas, unico membro della S.C.U.M. (società che si propone di eliminare gli uomini). Espone al Moderna Museet di Stoccolma. Pubblica il romanzo "A: a novel" e produce il primo film in collaborazione con Paul Morissey. Si tratta di "Flash", cui seguiranno "Trash", nel 1970, e "Heat", nel 1972.



Gli anni '70
Nel 1969 fonda la rivista "Interview", che da strumento di riflessione sul cinema amplia le sue tematiche a moda, arte, cultura e vita mondana. A partire da questa data, fino al 1972, esegue ritratti, su commissione e no. Scrive anche un libro: "La filosofia di Andy Warhol (Dalla A alla B e ritorno)", pubblicato nel 1975. L'anno seguente espone a Stoccarda, Düsseldorf, Monaco, Berlino e Vienna. Nel 1978 a Zurigo. Nel 1979 il Whitney Museum di New York organizza una mostra di ritratti di Warhol, intitolata "Andy Warhol: Portraits of the 70s".



Gli anni '80
Nel 1980 diventa produttore della Andy Warhol's TV. Nel 1982 è presente alla Documenta 5 di Kassel. Nel 1983 espone al Cleveland Museum of Natural History e gli viene commissionato un poster commemorativo per il centenario del Ponte di Brooklyn. Nel 1986 si dedica ai ritratti di Lenin e ad alcuni autoritratti. Negli ultimi anni si occupa anche della rivisitazione di opere dei grandi maestri del Rinascimento: Paolo Uccello, Piero della Francesca, e soprattutto Leonardo da Vinci, da cui ricava il ciclo "The Last Supper" (L'ultima cena). Realizza anche alcune opere a più mani con Francesco Clemente e Jean-Michel Basquiat, 
il "maledetto" della scena artistica newyorchese.



La morte
Andy Warhol muore a New York il 22 febbraio 1987 
durante una semplice operazione chirurgica.


Nella primavera del 1988, 10.000 oggetti di sua proprietà vengono venduti all'asta da Sotheby's per finanziare la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts. Nel 1989 il Museum of Modern Art di New York gli dedica una grandiosa retrospettiva.

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giovedì 14 luglio 2016

Mondo di Dormienti , Feroci se li Svegli


La maggior parte delle persone sono ‘dormienti’ che non desiderano destarsi dal proprio sonno voluttuoso… e nemmeno dai propri incubi.

Socrate credeva, ottimisticamente, che tutti gli uomini aspirino al bene e che, se compiono, invece, il male, ciò accade per ignoranza; ma basterebbe illuminarli sul loro errore, per consentirne il ravvedimento. Sarebbe molto bello, e inoltre molto semplice, se davvero le cose stessero in questo modo, ma, purtroppo, 
vi sono numerosi indizi che suggeriscono la fallacia di tale teoria.


La verità è che più si osserva il comportamento degli esseri umani, più si finisce per ammettere che la stragrande maggioranza di essi è formata da dormienti, che non desiderano destarsi dal proprio sonno voluttuoso, e nemmeno dai propri incubi; che vogliono continuare a dormire, a dispetto di tutti, anche se la casa in cui vivono sta prendendo fuoco; che non provano alcuna gratitudine nei confronti di coloro i quali cercano di destarli, ma al contrario, nutrono nei confronti di costoro un odio implacabile, come se fossero i loro peggiori nemici e nel contempo onorano ed applaudono i malvagi pifferai che favoriscono i loro sonni e il loro sognare.

Per quella piccola minoranza di risvegliati – i quali cominciano a rendersi conto della natura illusoria del mondo in cui viviamo e del carattere risibile, se non addirittura pericoloso, della maggior parte delle cose che suscitano, nei più, compiacimento e desiderio di imitazione – il problema si pone in questi termini: che cosa fare in un contesto di sogno generalizzato, di odio nei confronti della verità, di rancore nei confronti di ogni voce che sia fuori del coro?

Come fare per evitare il treno che, guidato da un macchinista impazzito e carico di sonnambuli, sta per piombare addosso a coloro i quali sono desti, ma non possono agire sugli scambi, per deviarne la folle corsa? E ancora: è legittimo che il risvegliato cerchi di proporre ai dormienti la verità, se essi le preferiscono, invece, un mondo di menzogna? E’ giusto che cerchi di convincerli, di convertirli, di farli ravvedere, se ciò che essi vogliono è tutt’altro?

Certo, il giardiniere è uso a strappare le erbacce che invadono il suo giardino, ma il mondo non è un giardino e ogni visione del mondo ha diritto di sussistervi: anche quella che appare manifestamente erronea. Sopprimere le visioni erronee non è compito del risvegliato; ma, semmai, offrire a tutti gli strumenti per valutare che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato: dopo di che, ciascuno deve assumersi la responsabilità del sentiero che intende seguire. Nessuno può venire costretto ad essere virtuoso; nessuno può venire costretto a cercare la verità, se non la desidera e se ad essa preferisce la menzogna.

D’altra parte, è certo che, a quel punto, si pone concretamente il problema della sopravvivenza di colui il quale ritiene di essersi destato, e che si trova continuamente esposto agli urti e alle aggressioni degli altri, ossia dei dormienti: e le aggressioni più minacciose sono proprio quelle di quei dormienti che si sono sentiti importunati da coloro che hanno cercato di svegliarli.

È una questione di sopravvivenza. La storia ci offre sin troppi esempi di saggi, i quali sono stati crocifissi da una moltitudine che non voleva essere illuminata, che desiderava continuare a vivere nelle tenebre. E la moderna società di massa è la società dei ciechi e dei dormienti per eccellenza: è il vertice dell’attuale Kali Yuga, dell’Età Oscura nel ciclo della vicenda cosmica.



Se non vuole andare incontro al martirio, dunque – e vi sono, indubbiamente, degli ideali che meritano di essere perseguiti fino al martirio – il risvegliato è indotto a interrogarsi sul senso del suo vivere nella società, e sulle modalità con le quali deve gestire il suo rapporto con il prossimo.

In effetti, nessuno è disposto a modificare la propria concezione del mondo, o a lavorare seriamente su se stesso, se non sulla base di una profonda e sentita esigenza interiore, e quest’ultima non potrà mai venire da un agente esterno, ma solo in coincidenza con un impulso interno.

Quel che vogliamo dire, è che le persone sono disponibili ad affrontare un salto qualitativo nella propria evoluzione spirituale, solo se, e quando, decidono di prendere coscienza del problema; ossia, in genere, quando si rendono conto, non solo di essere insoddisfatte della propria vita attuale – ciò che accade a molti – ma anche di essere disposte a mettersi in gioco per uscire dal punto morto in cui si trovano.


In questa fase, e solo in questa, un evento esterno può fungere da detonatore della loro crisi benefica e affrettare una presa di coscienza: può essere l’incontro con una persona buona e saggia, o con un libro, o con una situazione inconsueta e stimolante (magari anche in apparenza negativa, come una malattia o il distacco da una persona cara).

Viceversa, se il momento non è giunto e la persona non è ancora pronta, nessun saggio, nessun libro e nessuna situazione stimolante potrebbero innescare una evoluzione spirituale. Come dice il Libro dell’Ecclesiaste, vi è un tempo per ogni cosa: per parlare e per tacere, per dormire e per vegliare, per vivere e per morire. E così come la natura fisica non fa salti, la stessa cosa può dirsi per la vita dell’anima: il suo processo evolutivo non può essere forzato.

Questo, difatti, è l’errore di fondo di tutte le rivoluzioni politiche e sociali: pensare che il mondo possa diventare migliore, una volta che si sia compresa una formula e la si sia messa in pratica, indipendentemente dalla vita interiore delle persone. Se non c’è una evoluzione spirituale, nessuna formula, per quanto perfetta in teoria, potrà rivelarsi capace di rendere il mondo migliore; al contrario, la storia è piena di esempi di formule ideali che si sono trasformate in terribili strumenti di oppressione e di malvagità, trovandosi nelle mani di persone che non avevano saputo compiere alcuna evoluzione interiore.

Per la persona che sia disponibile ad aprirsi, a mettersi in gioco, a evolvere spiritualmente, la vita offre infinite occasioni di miglioramento, purché le si sappia vedere. Un disturbo fisico, ad esempio, è certamente un segnale: un segnale che il nostro corpo ci manda, e che contiene informazioni preziose circa la disarmonia presente nella nostra vita. In ultima analisi, ogni disturbo fisico è riconducibile alla dimensione spirituale; ed è veramente sconcertante vedere come la grande maggioranza degli esseri umani si disinteressi del problema, sforzandosi di mettere a tacere il sintomo – ossia il campanello d’allarme – invece di andare alla ricerca del problema profondo che il corpo ha segnalato.

Peggio ancora: se il disturbo persiste, moltissime persone si affidano ciecamente a farmaci e a medici, come se farmaci e medici potessero sostituirsi alla doverosa presa di coscienza del proprio problema. E le stesse persone che delegano in questo modo la salvaguardia della propria salute, firmando una cambiale in bianco nei confronti dell’apparato sanitario ufficiale, sono poi quelle che esigono di occuparsi in prima persona, e fin nei minimi dettagli, di cose assolutamente banali e secondarie, come la scelta del nuovo modello di automobile da acquistare o l’intervento di chirurgia estetica per aumentare le dimensioni del seno.

Un altro esempio di questa tendenza a delegare le questioni davvero rilevanti ad agenzie esterne, è offerto dalla politica. La grande maggioranza delle persone non si informa adeguatamente su ciò che attiene a questa sfera e preferisce firmare – anche in questo caso – una cambiale in bianco ai partiti, i quali mandano in Parlamento i loro uomini di fiducia, una legione di «yes-men» dalla schiena flessibile e facilmente pieghevole, fedeli esecutori delle direttive ricevute dalle rispettive segreterie.

Un discorso analogo si può fare per la pubblica amministrazione. Il risultato è che i nostri sindaci e assessori, che si muovono nella sfera del quantitativo e di ciò che ha un alto grado di visibilità (indipendentemente dalla sua efficacia), difficilmente riescono a concepire delle soluzioni innovative per i problemi che devono affrontare.

Ma torniamo al problema del risvegliato che deve confrontarsi, tutti i santi giorni, con una folla di sonnambuli, i quali si muovono pericolosamente e reagiscono in maniera aggressiva se qualcuno tenta di destarli e di responsabilizzarli.


 Evola suggeriva che, in tempi di Kali Yuga, l’unica cosa da fare è imparare a «cavalcare la tigre»: ossia, anziché opporsi frontalmente ad una situazione negativa generalizzata, sfruttare la corrente, per procedere in maniera da non ricevere troppi danni e, addirittura, per riuscire a volgere a proprio favore le stesse caratteristiche di quella situazione, allo scopo di preservare il bene della propria interiorità.

Sia come sia, che impari a cavalcare la tigre, oppure che si abitui ad assecondare la corrente, il risvegliato ha la piena consapevolezza di non essere un superuomo e di non poter modificare, egli solo, una determinata situazione diffusa nella società in cui egli si trova a vivere; e, inoltre, che non sarebbe saggio cercar di forzare l’evoluzione spirituale degli altri esseri umani, per le ragioni che abbiamo detto più sopra.

Che cosa dovrà fare, allora? È molto semplice. Per prima cosa, dovrà proseguire incessantemente a lavorare su se stesso: perché la propria evoluzione spirituale è un compito che non finisce mai, e che si rivela più impegnativo, mano a mano che una persona vi si addentra. In secondo luogo, offrire – nella misura delle sue possibilità – una diversa prospettiva a coloro che gli stanno intorno e che gli sembrano aperti ad un cambiamento, ma senza illudersi di vederli cambiare dall’oggi al domani e senza attendersi gratitudine, né amicizia; ma, al contrario, mettendo in conto un certo grado di incomprensione, se non addirittura di aperta ostilità.

In ogni caso, egli sa che le cose accadono quando è giunto il tempo in cui devono accadere: non un minuto prima, né un minuto dopo. In ciò consiste l’armonia del tutto: ogni cosa è come deve essere e quelle cose, le quali ci appaiono negative, in realtà, sono tali solo nella misura in cui noi non siamo in grado di farne una occasione di crescita e di perfezionamento.

In altre parole, la disarmonia è in noi, non nel creato. E’ nostra la responsabilità di non essere abbastanza evoluti da gestire in maniera responsabile e proficua le occasioni che la vita ci offre, per quanto esse possano presentarsi, talvolta, nella rude veste di eventi dolorosi. Il risvegliato, pertanto, è colui che, ad un certo punto, decide di cogliere le occasioni che la vita gli offre, per riprendere possesso di sé, per tornare ad essere il vero protagonista del proprio volere e del proprio agire. È colui che decide di non dare più ad altri la delega in bianco di ciò che lo riguarda in prima persona e di ascoltare i segni e imparare a riconoscere gli avvertimenti.

Il mondo è pieno di segni, la vita è piena di avvertimenti. Si può dire che non vi sia persona, situazione o evento che noi incontriamo nel nostro cammino terreno, che non costituiscano altrettanti segni, indicazioni, suggerimenti o stimoli. Tutto ci parla, se siamo disposti ad ascoltare, ma, naturalmente, per saper fare questo, bisogna prima imparare a fare silenzio.

Troppi rumori inutili, fuori e dentro di noi, ci impediscono di udire l’essenziale; la cacofonia dei rumori inutili e disarmonici ci impedisce di udire e di godere del magnifico concerto dell’Essere. Finché continuiamo a dormire, i nostri orecchi sono chiusi all’armonia dell’Essere e i nostri occhi sono chiusi al suo splendore. Impariamo ad aprire occhi e orecchi, cominciamo a destarci: ce ne sono, di giorni, che ancora devono sorgere, per noi che siamo immersi nel sonno.


L’unica luce del giorno è quella che ci trova ben desti, pronti e desiderosi di accoglierla in noi.

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lunedì 11 luglio 2016

Dov'è il cellulare?




Un telefono cellulare nascosto, quasi introvabile. 
La foto sta facendo il giro del web ed è stata condivisa finora da più di 16mila utenti. Nell'immagine pochi oggetti: 
un tavolino bianco, un tappeto a fiori e un cellulare. Trovatelo

LA RISPOSTA TRA 3 GIORNI QUI

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venerdì 1 luglio 2016

Storia della Fotografia


La fotografia è nata come esperimento scientifico, ma oggi costituisce un efficace mezzo di lavoro in 
numerosi campi dell'attività umana ed un riconosciuto mezzo di espressione artistica.

La fotografia è il risultato dell'applicazione del principio della camera oscura, già noto a Leonardo Da Vinci, al quale è dovuta la sua prima completa descrizione all'interno del "Codice atlantico". Nel 1568 il veneziano D. Barbaro migliorò il sistema applicando una lente al foro di ingresso della luce nella camera oscura. Dopo di lui diversi studiosi perfezionarono ulteriormente il sistema stesso apportandovi modifiche e introducendo altri particolari.

Il merito dell'invenzione della fotografia è però universalmente riconosciuto al francese N. Niepce, nel 1822, che scoprì l'insolubilità del bitume di Giudea esposto alla luce e se ne servì per la preparazione di superfici fotosensibili. Tuttavia, l'uomo che aprì la strada a una forma pratica della fotografia fu L. Daguerre, che nel 1839, in collaborazione con lo stesso Niepce, riuscì a fissare le immagini ottenute nella camera oscura trattenendo con vapori di mercurio le lastre di rame sensibilizzate. Questo sistema fu detto "dagherrotipia", e sebbene le immagini non potessero essere riprodotte, si rivelarono di grande utilità perchè risultarono molto più chiare
 di quelle ottenute da altri in precedenza.

Nel 1841 l'inglese Fox Talbot creò una sua pellicola rivestendo la carta con ioduro d'argento: il risultato fu un negativo di carta che poteva riprodurre, mediante la luce, varie volte l'immagine su carta sensibilizzata. Questo procedimento fu detto "calotipia". 


I dagherrotipi e i negativi di carta di Talbot caddero in disuso verso il 1860 con l'introduzione delle lastre di vetro trattate chimicamente. Il vetro costituiva un ottimo supporto dell'emulsione chimica sensibile perchè la sua trasparenza non ostacolava il passaggio della luce, rendendo così possibili stampe nitide e chiare.

L'aderenza dell'emulsione sensibile al vetro veniva ottenuta con un liquido vischioso detto "collodio". In pratica le lastre dovevano essere preparate, esposte e sviluppate sul posto, prima che l'emulsione 
asciugandosi deformasse l'immagine. Si trattava di un processo alquanto complicato che costringeva il fotografo a portare con se pesanti e ingombranti attrezzature.

Tutto ciò finì nel 1871 con l'avvento delle lastre asciutte, che non solo potevano essere preparate in 
anticipo, ma erano fino a 60 volte più sensibili della vecchia varietà di lastre umide, quindi l'azione 
poteva essere fermata con tempi rapidi di esposizione.


Le nuove lastre portarono a cambiamenti nella struttura degli apparecchi fotografici: infatti fino ad allora le fotografie erano eseguite togliendo il cappuccio all'obiettivo, dato che la durata dell'esposizione richiedeva addirittura dei minuti. Ora invece, con lastre più rapide, si resero necessari complessi otturatori meccanici per il controllo dei tempi di esposizione. Si ebbe inoltre l'inizio della fabbricazione industriale delle lastre, mentre gli sforzi dei tecnici si orientavano verso un tipo di supporto dell'emulsione più pratico rispetto alle fragili e pesanti lastre di vetro.

Nel 1884 G. Eastman creò la prima pellicola fotografica su carta e, pochi anni dopo, nel 1888, 
perfezionò il procedimento realizzando una pellicola in rullo alla nitrocellulosa. I successivi progressi tecnici hanno portato molti cambiamenti nel modo di eseguire una fotografia, ma i due principi basilari, cioè pellicola e camera oscura, sono rimasti, salvo il miglioramento dei materiali. 

Il progresso dell'elettronica permise di adottare alcune delle ultime scoperte anche nell'acquisizione 
delle immagini. Nel 1958 Russell Kirsch trasformò una fotografia del figlio in un file attraverso un 
prototipo di scanner d'immagine. Nel 1972 la Texas Instruments brevettò un progetto di macchina 
fotografica senza pellicola, utilizzando però alcuni componenti analogici. La prima vera fotografia 
ottenuta attraverso un processo esclusivamente elettronico fu realizzata nel dicembre 1975 nei 
laboratori Kodak dal prototipo di fotocamera digitale di Steven Sasson. 

Oggi l'attrezzatura di un fotografo è ridotta a un apparecchio fotografico portatile dotato di una ristretta serie di accessori. Inoltre, la luce non condiziona più la possibilità di eseguire una buona fotografia, in quanto si può disporre di sorgenti di luce artificiale. La fotografia moderna si è quindi sviluppata in ogni campo, sia artistico, sia scientifico che commerciale.

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Fare delle buone Fotografie



 Non è necessario essere un fotografo professionista. E' sufficiente avere uno smartphone e seguire qualche semplice suggerimento.

Per imparare i rudimenti della fotografia ci vuole veramente poco, anche perchè ormai abbiamo tutti 
quanti uno smartphone in grado di fare fotografie di alta qualità; è sufficiente saperlo usare al meglio 
con l'aiuto di qualche trucco. Di seguito elenco qualche consiglio per aumentare la qualità delle vostre fotografie, da usare, magari, negli aggiornamenti di Facebook o Instagram.


1) La luce

L'illuminazione è l'elemento più importante in una fotografia. Se siete all'aperto è sempre meglio evitare di inquadrare gli oggetti controluce. Se per qualche motivo non siete in grado di riprenderli da una posizione differente e sono sufficientemente vicini è possibile
 rimediare illuminandoli con il flash.


2) Messa a fuoco

Per mettere a fuoco il soggetto si può usare l'auto-focus, funzionalità utilissima che non manca 
nemmeno nelle fotocamere più elementari. Questa funzione è fenomenale e dà risultati fantastici; è 
l'ideale soprattutto per chi è poco pratico e ha poca dimestichezza con la messa a fuoco manuale. 

Solitamente è possibile selezionare l'autofocus dalle impostazioni della fotocamera, oppure attivarlo 
premendo per metà il pulsante dello scatto prima di fare la foto.
I nuovi smartphone hanno una funzione AE/AF lock (Aauto Exposure/Auto Focus lock) che mette a 
fuoco da sola toccando con il dito il soggetto da fotografare.

3) Scegli l'angolatura

Alcuni soggetti possono essere poco interessanti se fotografati dal davanti. E' quindi meglio provare 
nuove angolazioni, inquadrare il soggetto dal basso o da un lato, oppure provare le prospettive verticali 
o orizzontali. Alla fine si potrà scegliere l'immagine che lo rende più interessante.

4) La scena

La posizione del soggetto è uno degli elementi più importanti nella fotografia. Potete applicare la "regola dei terzi", dividendo mentalmente l'immagine in sezioni: il soggetto principale va posizionato nella parte sinistra o destra della fotografia.

5) Lo sfondo

Prima di scattare la fotografia date sempre un occhiata allo sfondo e all'area circostante. Fate in modo che non ci siano oggetti o persone nell'area dell'inquadratura che possano distrarre l'attenzione del 
soggetto che volete immortalare.



LEGGI ANCHE : LA STORIA DELLA FOTOGRAFIA  


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Nativi Americani : come si Curavano


Come i Nativi Americani usavano queste piante per curarsi e nutrirsi: 
ecco la medicina naturale che ha guarito per migliaia di anni.

Le proprietà benefiche e curative delle piante sono ormai generalmente note. Anche se diverse razze e culture di tutto il mondo hanno familiarità con le varietà delle erbe medicinali, i nativi americani sono rinomati per la loro conoscenza delle medicine naturali.

La maggior parte dei loro rimedi naturali erano composti da piante, essi buttarono le basi per molti 
trattamenti farmaceutici comunemente usati nella società occidentale. Da allora ci sono stati molti studi scientifici che hanno dimostrato gli effetti benefici di questi rimedi.

Molti di questi medicinali naturali sono stati (e sono tuttora) usati per trattare disturbi specifici. Di solito la piante viene ingerita o bevuta sotto forma di tè.

Le seguenti piante vengono usate per trattare malattie comuni come ad esempio problemi di digestione o infiammazioni. Va inoltre precisato che questa è solo una piccola parte della varietà di  piante medicinali usate dai nativi americani e la loro inclusione in questa lista è stata determinata dalla facilità di reperibilità e dalla loro efficacia.


Ecco un elenco di piante, alberi, frutta e fiori del Nord America utilizzati dai nativi americani per il 
trattamento di varie malattie e sintomi riscontrati tutt’ora.

Eucalipto: L’olio estratto dalle foglie di eucalipto viene comunemente usato per trattare una varietà di disturbi, tra cui febbre, influenza, tosse e bronchite. Ottimo per aprire le vie respiratorie.

Ginseng: Rafforza il sistema immunitario e aiuta a prevenire e combattere il raffreddore. E’ efficace nel ridurre i livelli di zucchero nel sangue, veniva usato anche nei trattamenti delle malattie cardiache, l’affaticamento, la disfunzione erettile, l’alta pressione sanguigna, l’epatite C e il cancro.

Aloe vera: La parte interna delle foglie aiuta ad alleviare la costipazione e l’herpes labiale, se assunta 
per via orale. Il gel di aloe può contribuire a trattare una varietà di disturbi della pelle tra cui eruzioni 
cutanee pruriginose e psoriasi se distribuito direttamente sulla parte interessata.

Rosmarino: Viene usato nel trattamento dei problemi digestivi come bruciore di stomaco, gas intestinali e perdita di appetito. Inoltre è un rimedio utile in caso di perdita di capelli se usato in combinazione con timo, lavanda e legno di cedro.

Camomilla: Riduce l’infiammazione, accelera la guarigione delle ferite è in grado di ridurre gli spasmi muscolari e può servire come un blando sedativo favorendo così il sonno. Inoltre può uccidere batteri, funghi e virus.

Cera d’api: Può essere usata per trattare una varietà di malattie della pelle, tra cui dermatite da 
pannolino, psoriasi ed eczema.

Valeriana: Utile a combattere l’insonnia, ansia, stress, cefalea, stati di nervosismo.

Alfa Alfa: Aiuta a ridurre i livelli di colesterolo. Viene utilizzata nel trattamento dell’asma, così come per problemi a reni, vescica,  prostata e artrite.

Lampone nero: E’ un forte anti-infiammatorio, molto utile per la salute del colon è in grado di prevenire e combattere il cancro.

Pepe di Cayenna: Viene comunemente usato per alleviare il dolore causato da: artrite, fibromialgia, 
herpes zoster, diabete e dolore post operatorio. Ottimo anche per sciogliere il muco e stimolare il 
sistema linfatico.

Echinacea: Comunemente utilizzata per combattere il raffreddore e per trattare le infezioni da lieviti. 
Viene anche usata come antisettico.


Salvia: Consente di aumentare le prestazioni mentali migliorando la memoria inoltre previene le malattie che causano la degenerazione cognitiva, come il morbo di Alzheimer. Viene anche usata per contrastare il colesterolo alto e i sintomi causati dalla menopausa.

Grano saraceno: Il grano saraceno è ricco di minerali importanti
 come calcio, ferro, magnesio, fosforo, 
zinco, di vitamine del gruppo B e di vitamina E. E’ ricco di rutina e quercetina, con proprietà 
antiossidanti, antinfiammatorie ed anticancerogene. Ha azione cardioprotettiva, inoltre possiede la 
capacità di abbassare l’ipertensione sanguigna. Tra le proprietà del Grano Saraceno c’è quella di 
generare calore nel corpo e di conferire energia e vigore, specie in inverno. 
Viene usato sia in tisana che come cibo.

Partenio: Può aiutare a diminuire la frequenza di emicrania e mal di testa riducendo il dolore. Inoltre 
aiuta a ridurre la nausea, il vomito e la sensibilità alla luce.

Radice di zenzero: Un’altra super pianta nella medicina dei Nativi Americani; la radice veniva 
sminuzzata e consumata con il cibo, come tisana oppure come balsamo o cataplasma. Noto fino ai 
nostri giorni per la sua capacità di alleviare problemi digestivi, è anche un anti-infiammatorio, sostiene la circolazione e può alleviare raffreddori, tosse e influenza,
 in aggiunta alla bronchite e ai dolori articolari

More:  Possiedono proprietà anti-cancerogene, grazie al loro contenuto di antiossidanti contribuiscono a rafforzare il sistema immunitario. Hanno anche proprietà antimicrobiche e vengono usate come collutorio per trattare il mal di gola.

Pioppo: La corteccia e le foglie dell’albero vengono usati nei trattamenti dei dolori articolari, disturbi alla prostata, problemi alla schiena, dolore neuropatico e problemi alla vescica. Viene spesso usato in 
combinazione con altre piante. Il pioppo contiene salicina, un principio attivo molto simile a quello 
dell’aspirina che aiuta a ridurre le infiammazioni.

Verga d’oro: Viene impiegata per ridurre il dolore e l’infiammazione, aumenta il flusso dell’urina e ferma gli spasmi muscolari. Viene anche usata per ridurre gotta, dolori articolari e artrite.

Liquirizia: Radici e foglie possono venire impiegate per tosse, raffreddori, mal di gola, prurito e 
infiammazione della pelle ed eczemi. La radice può anche essere masticata
 per alleviare il mal di denti.

Menta: Veniva molto usata dalle tribù native americane, per trattare tosse, raffreddore, disturbi 
respiratori/digestivi come cura per la diarrea e come stimolante per la circolazione sanguigna.

Passiflora: Riduce i sintomi dell’ansia in modo più efficace dei farmaci. Inoltre aiuta ad alleviare i sintomi legati alla disintossicazione da sostanze stupefacenti.

Trifoglio rosso: Usato per il trattamento di molte patologie, tra cui indigestione, colesterolo alto,  
pertosse, asma, bronchite e disturbi della menopausa.

Finocchio: Efficace nel diminuire i sintomi di ansia e depressione, aiuta a ridurre anche  i dolori della 
sindrome premestruale oltre ad alleviare tosse, mal di gola e combattere i problemi digestivi.


Mais: E’ la pianta del Nuovo Mondo per eccellenza, ma non era considerata solo un cibo dai nativi 
americani ma anche una pianta sacra a cui sono associati vari miti della creazione. I nativi affermano 
che hanno appresso come coltivare e preparare il mais direttamente dagli dei, e così infatti troviamo 
nelle antiche scritture Maya. È interessante notare che sebbene il mais sia un alimento ricchissimo di 
nutrienti è carente di niacina (Vit. B3) e solo trattandola con la lisciva questo non accade – una pratica comune tra nativi americani. Tale processo produce “nixtamalli” che significa ‘pasta di mais informe’, che viene utilizzata come base di molti prodotti di mais come tamales, tortillas e Masa. Gli Aztechi e Maya regolarmente cuocevano il mais in acqua di calce (ossido di calcio), che migliora il suo profilo nutrizionale considerevolmente: la niacina, che altrimenti rimane non disponibile, è resa accessibile dal processo di nixtamalizzazione, il calcio aumenta del 75% – 85% il che rende più facilmente digeribile, e altri minerali, come ferro, rame e zinco sono aumentati. Inoltre la nixtamalizzazione neutralizza anche alcune micotossine presenti nel mais non trattato. La fermentazione del mais nixtamalizzato produce ulteriori vantaggi: aumento dei livelli di riboflavina, niacina e proteine in aggiunta agli aminoacidi, come il triptofano e lisina. Questa pratica di cottura del mais in ambiente alcalino è stata persa quando i conquistadores spagnoli hanno importato il mais nel vecchio continente e per questo a meno che il mais non venga trattato come descritto non è un alimento sano (infatti è sconsigliato nella dieta del gruppo sanguigno).


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